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Tahiti, dove sei? Non
immune dalla febbre emotiva dei Mari del Sud e imponendomi al
tempo stesso di essere una viaggiatrice disincantata e lucida,
anch’io arrivai a Tahiti con l’insopprimibile e segreto
desiderio di ritrovare almeno un segno, una brezza, una vibrazione
che mi potesse ancora ricordare cosa fu Tahiti per il mondo. Fu
innanzitutto una parola. Una parola sensuale ed esaltante, prima
ancora che un luogo geografico. Tahiti voleva dire paradiso perduto,
fuga, innocenza, regressione. Per gli animi più avventurosi
aveva rappresentato il porto ai margini del mondo dove far approdare
nostalgia e inquietudine; un luogo dove ritrovare un dialogo più
semplice tra sé, la natura e l’universo.
Il tassista che mi aveva prelevato all’aeroporto indossava
jeans e una Lacoste; la sua Toyota si avviò verso l’albergo
prenotato. Erano le sette del mattino: il sole già caldo
e la strada per Papeete intasata come una tangenziale all’ora
di punta. “Meravigliata?” – mi chiese –
“Siamo in duecentomila e le strade sono quelle di cinquant’anni
fa”. Avevo già letto sulle guide che Papeete somigliava
più a una cittadina di provincia della Costa Azzurra che
a un villaggio coloniale, ma confidavo ancora nella possibilità
che quell’isola fosse anche altro, oltre all’apparenza;
mi accordai con lui per un tour completo di Tahiti. “Ha
trovato la persona giusta” mi rispose, “sono stato
per un mese intero l’autista del fotografo del National
Geographic che ha setacciato l’isola da cima a fondo ed
è ripartito per l’America con quasi cinquemila foto”.
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