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Rurutu e l’ultimo cacciatore di balene

Balene a RurutuNella stagione degli amori, tra giugno e novembre, le balene arrivano a Rurutu a centinaia. Questa fu una ragione più che sufficiente per farmi arrivare fin laggiù. E lo spettacolo, godibile persino dalla spiaggia, è uno di quegli incontri che non si dimenticano, ma non fu il solo.

L’altro incontro fu con Teiarau Moeiau, 75 anni, l’ultimo cacciatore di balene della Polinesia, protagonista e testimone di una cultura millenaria, conclusa da mezzo secolo. Lo incontrai di fronte alla sua casa, costruita con legno e vetroresina: il passo è incerto e stanco, ma gli occhi guardano ancora lontano; sono occhi di chi per una vita intera ha esplorato un orizzonte luminoso, in cerca di qualcosa.
Negli anni Quaranta, quando Rurutu aveva 1000 abitanti (la metà di oggi), la comunità isolana, nonostante l’abbondanza di balene, si imponeva di cacciare un solo esemplare all’anno, quanto bastava a tutta l’isola. Certo, la caccia era necessariamente crudele ma i pescatori, come racconta Teiarau, tentavano per così dire di limitare il danno. “Cercavamo di evitare – mi spiegò – di cacciare una femmina con un cucciolo appena partorito, e per questo la scelta dell’esemplare da colpire comportava un’osservazione attenta per lunghi giorni; si aspettava quindi la fine della stagione, quando i cuccioli sono svezzati, e si cacciava la balena all’apparenza più anziana del gruppo”.

A Teiarau toccava il compito più arduo: in equilibrio sulla piroga doveva arpionare la balena al cuore, con un colpo energico e deciso, affinché soffrisse il meno possibile.
L’isola intera partecipava al traino del gigante esanime fino alla spiaggia, spingendo la carcassa sopra un mare tinto di rosso.

Dal 1957 la caccia alle balene è fortunatamente chiusa; tuttavia bisogna dire che rispondeva ad una necessità primaria in cui uomini e natura si appartenevano profondamente: quella Polinesia aveva la sua etica.


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