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Rangiroa

Il più esteso e spettacolare degli atolli dei Mari del Sud è una striscia di corallo stretta appena trecento metri ma tanto lunga da non poterla mai vedere tutta: quasi duecento chilometri. Un anello sottile che emerge così poco dal blu intenso dell’oceano, da farti sentire perduto, se non fosse per l’esistenza di due villaggi di pescatori e dell’unico resort di capanne e palafitte. Appena atterrata a Rangiroa, sono rimasta come stordita dai colori e dalla luce che s’irradiano dalla laguna; ma a questo ero preparata, o meglio: pretendevo che fosse così. Poi, la sera, dopo aver cenato a pesce nella pensione “Chez Glorine” – quattro tavoli di legno verniciato disposti su un pavimento soffice di sabbia – ho preso la bicicletta prestatami all’hotel e ho pedalato a ritroso, lungo il sentiero di sabbia che avevo percorso all’andata con il sole.
RAngiroaPerché vi racconto questo invece di parlarvi dei bassi fondali cristallini, degli squali a pelo d’acqua o delle isole di sabbia e conchiglie, che nascono e muoiono in un’ora? Perché tutto ciò parla già da sé ed è così eclatante e spudoratamente bello che poi per raccontarlo infili inevitabilmente un superlativo dietro l’altro. Non c’è nessuna guida, invece, che ti prepari al buio emozionante di un atollo. Ed è forse in quel frangente, quando le stelle sconosciute e innumerevoli dell’emisfero australe sono l’unica visibile presenza, che l’atollo comincia davvero a dominarti.

Senti al tuo fianco il tuono inesorabile delle onde che si frangono sulla vicina sponda esterna dell’atollo, il punto dove il Pacifico precipita nel mistero della sua profondità. All’altro lato del sentiero, il mare immobile della laguna: lo vedi soltanto perché rispecchia e moltiplica le stelle. E tu lì, a pedalare nella notte più buia del pianeta con lo stupore e il cuore in gola, come se quell’esigua e solitaria terra emersa fosse un miracolo, ovvero, la sola possibilità che all’uomo è data di camminare non veramente sulla terra, ma quasi sull’oceano.


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