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Manihi e le perle nere Altro
atollo, stesso incanto; e poi questa storia delle perle nere delle
Tuamotu, la Pinctada margheritifera, di cui l’atollo di
Manihi concentra il maggior numero di “farmes perlières”.
La laguna è disseminata di palafitte, ogni palafitta è
una fattoria e i polinesiani non vi coltivano manghi o avocado
ma perle: la loro terra è davvero il mare. La fattoria
che ho visitato si trova sul lato meridionale dell’atollo,
in fondo ad un lungo pontile. Come saprete la perla si forma spontaneamente
in natura solo quando all’interno dell’ostrica entra
accidentalmente un corpo estraneo, tipo un granello di sabbia.
Il mollusco cerca allora di proteggersi dall’irritazione
e, poco a poco, ricopre quel granello della stessa materia che
riveste il suo guscio interno: la madreperla. Con il passare degli
anni quel granello diventerà una perla. I coltivatori,
dunque, non fanno altro che pescare le ostriche e inserire delicatamente
un corpo estraneo attraverso la fessura delle valve per poi ributtarle
in mare, legate in grappoli che vengono lasciati a pochi metri
di profondità per qualche anno.
Arrivai
alla fattoria durante la raccolta dei “frutti”, e
fui accolta da due donne sedute di fronte a cumuli di ostriche
ancora grondanti di mare. Aprivano le conchiglie con una specie
di forchetta e da ciascuna estraevano una perla che, a seconda
della grandezza, veniva riposta in uno dei vassoi al loro fianco.
Una delle due, la più giovane, faceva tutto questo con
dolce indolenza, mentre allattava al seno il suo neonato, su uno
sfondo marino di celesti indimenticabili.
La perla nera, che il mio compagno mi regalò al ritorno,
comprata in un negozio di Tahiti, porta con sé anche la
magia di quel momento: il ricordo di un atollo luminoso dove un
bambino cresce a latte, perle e profumo di mare.
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