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I miei mari del sud di
Valeria Serra
Il grande volo Se la Polinesia
fosse dietro l’angolo non sarebbe più la stessa:
le distanze quasi incalcolabili che la separano dal vecchio continente
diventano un valore aggiunto per noi. Gli esploratori James Cook
o Antoine De Bouganville impiegavano mesi di tempeste e di bonacce
e noi appena un giorno ma, nonostante tutto, quel volo che brucia
undici fusi orari emoziona come un lungo viaggio. Me ne sono resa
conto a Los Angeles, dopo il primo scalo, quando mi pareva di
esser vicina alla meta, o quasi; ma così non era. Il jumbo
decolla dalla città californiana verso il mare aperto,
e per raggiungere Papeete, capitale di Tahiti e della Polinesia
Francese, deve volare sul nulla dell’oceano per altre otto
ore fino a raggiungere il cuore del Pacifico.
In volo a novemila metri di altezza la Polinesia che si avvicinava
nella notte era un pensiero che m’impediva di dormire. Non
volevo svegliarmi e trovarmi già su di una pista di atterraggio;
volevo vedere fino in fondo quanto grande era la distanza, e guardare
oltre l’oblò il buio dei cieli dell’oceano,
dove un aereo bianco stava volando verso la terra più remota
e desiderata del pianeta. Più di cento isole che se le
metti insieme non fanno neppure la metà della superficie
della Corsica, ma la cui area “territoriale” si estende
in una distesa d’acqua grande come l’intera Europa.
Capivo finalmente perché i polinesiani cantano da sempre:
“La nostra terra è il mare”.
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